Possa la nostra danza essere sempre un ponte per la comprensione e celebrazione delle diversità ed uno strumento di pace

Ed il Mondo venne creato danzando...ed allora fu il Sole, la Luna, le Stelle e gli Universi Mondi.

La Leggenda...Eurinome, Dea di tutte le cose, sorse nuda dal Caos, ma non trovò nulla su cui poggiare i piedi, così divise il mare dal cielo e incominciò a danzare sulle onde. Presa dalla sua danza si diresse verso Sud e per la prima volta sentì il vento turbinare alle sue spalle: decise quindi di iniziare la creazione proprio con il vento. Si girò all'improvviso e afferrò fra le mani quel Vento del Nord, lo modellò finchè prese la forma di un serpente, il gran serpente Ofione. A quel punto continuò la sua danza frenetica per scaldarsi danzando ad un ritmo sempre più incalzante finchè Ofione, ebbro di desiderio, si accoppiò a lei. E così come fecondatore Vento del Nord, Borea, che solo sfiorando con il suo leggiadro tocco ingravida le giumente, Ofione fecondò Eurinome. E subito ella si mutò in bianca colomba e danzando sulle acque depose l'Uovo universale. Poi comandò ad Ofione di avvolgere 7 volte l'uovo con le sue spire ed allora l'Uovo si dischiuse e tutto ciò che esiste uscì da esso: il caldo sole, la candida luna, le stelle brillante ed i pianeti e la terra tutta con i monti incantati, i fiumi sinuosi e le erbe e gli alberi maestosi e i teneri fiori e con essi tutte le creature viventi. Eurinome prese residenza con Ofione sul monte Olimpo, ma Ofione cominciò a vantarsi di essere lui il Creatore di tutte le cose, così Eurinome si vide costretta a punirlo: gli sferrò un gran calcio in viso che gli fece perdere tutti i denti e venne relegato nelle buie caverne sotto la Terra. Poi Eurinome creò i sette pianeti e i Titani e le Titanesse che governano le loro potenze: al Sole, Tia e Iperione; alla Luna Febe e Atlante; a Marte Dione e Crio; a Mercurio Meti e Ceo; a Giove Temi e Eurimedonte; a Venere Teti e Oceano; a Saturno Rea e Crono. Creò poi Pelasgo, il primo uomo. Egli emerse dal suolo dell'Arcadia seguito da una schiera di suoi simili a cui insegnò a fabbricare capanne, a nutrirsi di ghiande e a cucirsi tuniche di pelli di maiali. ...Eurinome,rappresenta un aspetto della Grande Madre delleorigini... (dalla Mitologia Greca - Mito Pelasgico ed in questo senso vedasi anche Robert Graves - storico - I miti greci, Longanesi)...

La Vita nel qui ed ora: e così a noi piace credere che...danzando...si possano creare tutte le cose, si possano incontrare tutte le anime in armonia con la Natura stessa che le sostiene e soprattutto si possa "essere se stessi in modo autentico".Le Terapie espressive sono la più alta forma di Arte Sociale, intrisecamente relazionali una forma di risorsa insostituibile della comunità per la comunità. La danza e le artiterapie superano la dicotomia scissoria di Corpo-Mente, scendendo in campo aperto ed autentico con l'essere umano, incontrandolo a livello di corpo vivente e vissuto, mirando a sviluppare la creatività come un insostituibile fattore di benessere sia a livello individuale che collettivo in modo transculturale (per questo Arte Sociale) favorendo una Cultura di Pace e di elogio delle Differenze e della Diversità. Le ARTI SOCIALI così intese, sono risorse finalizzate al miglioramento della qualità della vita sia a livello personale che delle interazioni relazionali, avendo in sè stesse il grande potenziale di aggregazione sociale (la danza e vecchia quanto il mondo... Eurinome insegna!) ed espressione del Sè.

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Fare Arte del Corpo

Danza, principessa delle Arti Sociali

nella sue cangianti e molteplici manifestazioni Corporee

Mission - La Danza è la base di tutte le culture del Mondo e quindi è di tutti ed accessibile a tutti essendo essenzialmente “relazione”. Ci riconnette con il nostro Corpo e con la Natura, due elementi fondamentali per ritornare nel Ciclo Naturale dell’Essere e del Divenire. La Danza coltiva in sé la Cultura delle Differenze. La Danza in Cerchio e la Danzaterapia Espressivo Relazionale, possono essere considerate Arti Sociali anzi,la Danza è la più antica e diffusa forma di terapia sociale ed è questo il fondamento antropologico di quello che noi chiamiamo: “terapie espressive”, terapia come “Cura - Prendersi cura di Sé e del Sé”, vere e proprie risorse della comunità per la comunità.

Obiettivo - Ricerca del benessere e di evoluzione personale, di consapevolezza delle proprie emozioni, di riscoperta del piacere funzionale di affinamento delle funzioni psicomotorie, di consapevolezza della propria identità e della propria immagine corporea, di relazionarsi. Le danze in cerchio e la danzamovimentoterapia si collegano idealmente alle antiche tradizioni (Ad es. Expression Primitive: importanza del Gesto Universale, Gruppo, Ritmo, collegamento e rapporto con la Madre Terra…) nelle quali la danza era un mezzo fondamentale nelle pratiche di guarigione e sfrutta le risorse del processo creativo, della danza e del movimento per promuovere l’integrazione psicofisica, relazionale e spirituale, il benessere e la qualità di vita della persona in una unione di Corpo-Mente-Relazione.

Consideriamo la Danza nella sua più ampia accezione, un buono strumento, perché è nella possibilità e nella disponibilità di tutti, giovani, anziani, donne, uomini, bambini, diversamente abili… Perché ciò che passa attraverso il corpo ci permette di essere più consapevoli di ciò che passa solamente attraverso la mente-pensiero, in genere, quando alcune cose arrivano alla mente-comprensione…nel corpo è già successo tutto e spesso, è un po’ tardi.

Dove ci piacerebbe arrivare… – Acquisire una maggiore consapevolezza corporea e di sé – maggiore pre-disposizione alla relazione con l’altro da noi e se non accoglienza almeno tolleranza per le diversità – maggiore consapevolezza di essere parte di un tutto, di essere tutti interconnessi sia l’essere umano che gli animali che la natura tutta – maggiore consapevolezza dell’importanza di preservare il pianeta nel quale viviamo – Diffusione di una Cultura di Pace nel Ben-Essere. Ci piacerebbe molto poter far in modo che tutto ciò si implementi. Come implementare? Se dovessimo dare un suggerimento anche ad altri? Danzare, Danzare, Danzare… Mettersi in gioco. Possibilmente in modo più possibile accessibile a tutti e quindi anche dal punto di vista economico. Informare dell’esistenza di questo strumento, dello strumento per eccellenza il “Corpo” ed“il corpo che danza e si muove nello spazio crea il tempo e quel tempo, potrà essere un tempo di pace”(FLM). Cogliere tutte le occasioni possibili per farlo conoscere.

Come nasciamo - … per caso nel 2005 circa di fatto, come “appassionate” solo in due Sabrina & Francesca LM; oggi 2012 in cinque con Manuela, Sandra e Francesca G. e comunque e sempre: su fattezze concrete “il Corpo” e per un “irrefrenabile bisogno di danzare!” e condividere il Ben-Essere che la Danza e la Relazione donano. La nostra organizzazione è una organizzazione volontaria su base di discussione e progettazione “democratica” finalizzata a cosa proporre al sociale e come fare della vera “Arte Sociale”, il campo è soprattutto il Corpo, la Danza, la Relazione, il Movimento che in sé stesso è vita, l’Animazione e coinvolgimento degli Altri tutti perché la Danza è per Tutti, senza limiti di èta, di sesso, di razza, di credo religioso o meno, di scelte sessuali etc. : siamo a-confessionali e rispettiamo ed onoriamo le differenze, libertà nel rispetto dell’Altro da noi, qualunque Essere Senziente.

Affrontiamo le seguenti tematiche sull'Educazione allo Sviluppo Sostenibile ...

Diversità culturale

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Pace e sicurezza umana

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Promozione della salute

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Stile di vita sostenibile

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Uguaglianza di genere

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Biodiversità

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Coesione sociale

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Altro: BENESSERE – APERTURA alla RELAZIONE con se stessi e con gli altri attraverso l’altro. Apertura al nuovo “se buono” J

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Attività sociali, ricreative e formative organizzate -Seminari di Danze in Cerchio Tradizionali e di Nuova coreografia, Seminari di Danzaterapia Espressivo Relazionale, Danza di Pulsazione ispirata all’Expression Primitive di H.Duplan e France Schott-Billmann, piccoli Stage residenziali sui temi enunciati, Meditazione in Movimento, Danze Israeliane, Danze e temi in rapporto al Tema “Corpo, Danza e Religione”… finalizzati alla divulgazione di un messaggio di pace che passa attraverso il corpo e la danza per raggiungere il Ben-Essere come risorsa individuale e collettiva. Lavorare “il corpo con il corpo” attraverso la danza, il ritmo la melodia, il gruppo,per ed incentivare i Talenti Personali insiti in ognuno di noi più che sulle“Mancanze-Deficit”.

A “chi e dove” si rivolge il nostro lavoro – A Tutti in genere compresi i bambini; ai diversamente abili, alle scuole di ogni ordine e grado, agli anziani, alle istituzioni per il personale, al servizio immigrazione, ai consultori e servizio sociale, ai genitori, al servizio sanitario, alle donne abusate…

Quali competenze occorrono? – Nessuna, solo la voglia di mettersi in gioco ed un cuore aperto e disponibile alla relazione con sé e con l’Altro da sé. Il nostro Corpo e la voglia di lasciarlo andare; il corpo -come la natura- ha tutto in sé oltre ad una conoscenza arcaica del mondo. Tutti i corpi, anche quelli che hanno sofferto o stanno soffrendo, anche quelli che non reputiamo abili, anche quelli mutilati, tutti noi siamo perfetti quando riusciamo a stare nel qui ed ora sulla Terra che ci Porta, tutti noi possediamo il Nostro Corpo!

mercoledì 30 maggio 2012

Gaia Day - Celebrando Gaia - Danzare per la nostra Madre Terra

CELEBRANDO GAIA

Il Giardino Interiore "come nel Microcosmo così nel Macro"

2012

« Sono le azioni che contano.
I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere,
sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. »
Mahatma Gandhi
Celebrando Gaia la Nostra Madre Terra è un Laboratorio     -ogni volta diverso-   che si svolge una volta l’anno, generalmente proprio il giorno del “Gaia Day” che cade ogni anno l’ultima domenica di Giugno. Noi questo anno lo festeggeremo il Sabato antecedente per problemi di “sala libera”. E’ un Laboratorio accessibile a tutte/tutti fatto di Danze in Cerchio Sacre e Meditative, Meditazione in Movimento e “Memorie Corporee” in unione con gli elementi della Natura e della nostra Terra.
Esplorazioni dei nostri cammini corporei attraverso la danzamovimentoterapia espressivo relazionale che ci ricongiungeranno alla nostra essenza fatta di Acqua, Aria, Terra, Fuoco, Etere/Spirito, per scoprire ognuno per sé che tutto è collegato, tutti siamo collegati, tutto è Uno, nonostante siano passati milioni di anni da quando l’Uomo è apparso sulla Terra e prima ancora che conquistassimo la nostra posizione verticale sulla “Terra che ci porta”.
Alcuni temi proposti:
•          Armonizzazione
•          Danzare per la Terra, con la Terra che ci porta
•          Essere Aria, Terra, Acqua,Fuoco
•          Respirare dentro l’Emozione
•          Uscire dalle Danze Coreografate ed Entrare nella Danza Personale e Viceversa
•           Sentire il Gruppo e riconoscersi come individuo, come moltitudine … sentire come Tutto è Uno
Un Mantra per Madre Terra la Madre delle Madri aprirà ed accompagnerà la fine del nostro laboratorio BABA NAM KEVALAM nel suo significato di “Tutto è Infinito Amore” e ciò perché: il modo di stare su questa terra non può più essere quello di prima, ognuno di noi è chiamato a una rinnovata responsabilità. Siamo parte della Creazione e camminiamo con essa. Spiritualmente è il tempo di tornare verso Madre Terra. Il suo richiamo è forte, la nostra Danza di Gruppo e Personale di risposta lo è altrettanto!

FRANCESCA LO MONACO: (Roma) 
Danzamovimentoterapeuta (Dmt-Apid, socio ARTE), formata in Dmt-ER presso la Scuola di Arti Terapie. Dottore in Giurisprudenza, insegnante di Danze in Cerchio Sacre e Meditative, abilitata all’insegnamento dopo il training di formazione in Sacred Dance presso la Comunità di Findhorn in Scozia, che fa parte di una rete di centri presenti in tutto il mondo per la diffusione della "Danza in Cerchio"(Presidente del Cerchio di Eurinome e Socia Danza Sacra in Cerchio). Training formativo in Danze Meditative e dei Fiori di Bach in Italia con molti insegnanti sia italiani che stranieri (Joyce Dijkstra, Martine Winnington, M. Gabriele Wosien, Friedel Kloke-Eibl, Nanni Kloke…) aderendo a diversi stili di danze israeliane, greche, balcaniche …(Vassilis Polizois, Matti Goldschmidt, Vincent Parody…) Da anni conduce a Roma e fuori, Laboratori di Danze in Cerchio Sacre e Medititative e di Danzamovimentoterapia Espressivo Relazionale integrata con la Danza in Cerchio e la Meditazione in Movimento; organizza seminari e collabora con insegnanti italiani e stranieri che seguono la stessa filosofia “Danzare la propria Vita”.  Ama fare ricerca dell’origine delle danze tradizionali e della simbologia sia di queste che di quelle di nuova coreografia, esplorarando e creando essa stessa coreografie ed approcci che tengano conto dell’essere umano nella sua globalità al fine di ritrovare quella semplicità nella quale possiamo essere noi stessi e quindi disponibili “per e verso”  l’Altro/a,  in una ritrovata unione con la Natura e gli elementi tutti che la costituiscono. Nei suoi cerchi di danza, crea uno spazio empatico, ludico, di fiducia e gioia nel quale ognuno può rigenerarsi. Per saperne di più:

lunedì 21 maggio 2012

Danza Sacra Ebraica


Che cosa è la danza sacra ebraica?

La danza ebraica è una delle forme in cui l’uomo può adorare il Creatore. La danza è fatta con la consapevolezza dell’intenzione che esiste nel nostro cuore, l’intenzione, nella danza sacra e nella danza ebraica è ciò che conta di più. E 'così importante ciò che esiste nei nostri cuori che, se quel sentimento di elevazione del cuore umano non c’è, la danza diviene vuota.
C'è una teoria ed una pratica della danza. La teoria ci insegna lo scopo della danza nella nostra vita es il nostro rivolgerla ad Elohei[1], e la pratica è l'Atto di rendere concreta la teoria.
La teoria è costituita dall’insegnamento dei passi, dei gesti, dai nomi ed i significati dei passi. Il compito della teoria è quello di riassumere il significato della danza, quello della pratica è la vera essenza della danza, perché è attraverso l’esternazione del gesto, che la nostra intenzione diviene concreta e la nostra danza preghiera in movimento.
Fare pratica nella danza sacra ebraica, significa anche ascoltare la musica nel corpo, effettuare i passaggi dei passi e dei gesti e combinarli tra loro con armonia, entrare nei ritmi distinguendo i tempi e le melodie quando sono unite e quando sono tra di loro in tempi separati.
La danza sacra ebraica si pratica in diverse forme: in cerchio,  in linea, o individuale.

[1] La parola Elohim è il plurale di El (o eventualmente di Eloah ) ed è il primo nome di Dio dato nel Tanakh: "In principio Dio (Elohim) creò i cieli e la terra"  (Genesi 1:1); La parola Elohim è il plurale di El (o eventualmente di Eloah ) ed è il primo nome di Dio dato nel Tanakh: "In principio Dio (Elohim) creò i cieli e la terra"  (Genesi 1:1); Elohim è combinato con altre parole per fornire una descrizione aggiuntiva di Dio. These other names or titles for God are sometimes called “construct forms,” indicating that they are “constructed” from the base name (eg, Elohei ) with other designators. Questi gli altri nomi o titoli per Dio sono a volte chiamati "forme costrutto", indicando che essi sono "costruiti" dal nome di base (ad esempio, Elohei) con altri designatori.

La Danza in Cerchio

è conosciuta come Machol “…girare, volteggiare. Uno dei termini più iffusi per indicare la danza. Utilizzato per indicare le danze in cerchio. Nell’ebraismo biblico indicava le danze femminili” Questa è la danza di base, diciamo che è la prima forma di danza ebraica.
Questo tipo di danza richiede molta disciplina e unità con gli atri danzatori, per creare un’armonia univoca. Naturalmente, la danza sacra è una comunicazione tra se stessi ed il Creatore o Principio Spirituale, ma per danzare in cerchio bisogna ricordare che abbiamo delle persone sul cammino, a al nostro fianco ed anche loro stanno offrendo la loro intenzione al Creatore.
Ciò che serve per danzare in cerchio:
1. Imparare a distinguere e sentire le direzioni del nostro corpo e tra queste ed il cerchio come un tutt’Uno.
2. La persona di fronte a noi ci rispecchia, ci da una indicazione, ma la nostra direzione sarà l’opposto.
3. Si deve sempre mantenere la nostra posizione nel cerchio rispettando la distanza e lo spazio che ci unisce e divide al contempo dai nostri danzatori di destra e sinistra. Non ansare troppo avanti, non stare troppo indietro, ma “essere insieme nella danza”.
4. Mantenere l’intenzione e la consapevolezza di cosa si sta facendo, perché lo stiamo facendo, aprire il cuore alla disponibilità di farsi raggiungere e raggiungere.

La Danza ed il Rito nella Tradizione Ebraica
(di Elena Bartolini - Studiosa di ebraismo - Istituto di Studi Ecumenici – Venezia)
Quando si parla di ebraismo o di Tradizione giudaica, generalmente si privilegiano approcci di tipo biblico, letterario, filosofico; talvolta si tentano percorsi relativi alla storia della musica, soprattutto di quella sinagogale, oppure inerenti ad artisti recenti come Chagall; raramente si parla di danza ebraica e del ruolo che la stessa riveste nella storia di questo popolo dai tempi biblici ad oggi.
Ripartendo dalle origini cerchiamo quindi di cogliere, attraverso questa particolare prospettiva, alcuni momenti-chiave di una singolare esperienza irriducibile ai semplici concetti di religione o cultura[i], in base ai quali tenteremo poi di delineare alcune piste di riflessione.

Le radici bibliche
La Bibbia è una fonte preziosa riguardo la nascita della danza nell'antico Israele: i riferimenti espliciti a danze, strumenti musicali per le stesse e contesti per danzatori sono frequenti, tuttavia la mancanza di documenti iconografici circa i costumi e le coreografie, dovuta al divieto di raffigurare sia Dio che la persona umana (Cfr. Es 20,4 e Dt 5,8), non ci permette di avere un quadro completo di come la stessa allora avvenisse. In ogni caso è possibile accostare significative testimonianze considerando sia numerosi passi biblici che la tradizione interpretativa a loro collegata[ii].
La Scrittura utilizza ben undici radici verbali per descrivere l'azione del danzare, le quali rimandano a gesti e movimenti del corpo utilizzati in diversi contesti[iii]. Vediamole nel dettaglio.
Fra le più frequenti troviamo chol, col significato di girare, volteggiare, da cui deriva il sostantivo machol, danza, utilizzato per indicare le danze femminili come quella della Sulammita nel Cantico dei Cantici (Ct 7,1) o quella della figlia di Iefte nel Libro dei Giudici (Gdc 11,34). E' inoltre possibile ricondurre questo significato anche al termine chalil, flauto, il quale potrebbe indicare lo strumento con cui originariamente si accompagnavano le danzatrici.
Pare che questo genere di danze avvenisse in cerchio e in modo ritmato, soprattutto per esprimere la gioia dopo vittorie celebrate come segni divini o durante feste religiose. Un esempio è nell'Esodo dopo il passaggio del Mar Rosso: “Allora Miriam, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze (uvimcholot) (Es 15,20-21)”. Qui troviamo anche l'indicazione degli strumenti musicali usati: tufim, i timpani.
Un'altra danza femminile è testimoniata nel primo Libro di Samuele: “Uscirono le donne da tutte le città di Israele a cantare e a danzare (vehammecholot) incontro al re Saul, accompagnandosi con i timpani (tufim), con grida di gioia e con sistri (shalishim). Le donne danzavano (hamsachaqot) e cantavano alternandosi: Saul ha ucciso i suoi mille, Davide i suoi diecimila (1Sam 18,6-7)”[iv]. Come si può notare anche in questo caso sono indicati gli strumenti musicali di supporto e c'è una variante nella scelta delle radici verbali: accanto a quella che normalmente designa il cerchio di donne danzanti compare sachaq, che sottolinea il sorridere, il manifestare la felicità, per le conquiste celebrate.
Il danzare in cerchio per esprimere gioia ha anche un altro particolare riferimento linguistico: il termine ebraico chag, col quale solitamente si designano le grandi festività come quelle di pellegrinaggio[v], comprende anche il significato di cerchio e di danza in circolo attorno ad un luogo sacro o durante una celebrazione religiosa; non a caso infatti deriva dalla radice chagag che esprime il significato di festeggiare, esultare, celebrare, e viene usata per indicare il clima festoso di cori e processioni danzanti, sia di donne che di uomini, che caratterizza le grandi feste[vi].
Degne di nota sono poi le radici verbali utilizzate per descrivere la danza di Davide e la gioia del popolo di Israele di fronte all'Arca di Dio mentre viene portata a Gerusalemme: un primo riferimento è alla festa corale che ne deriva espressa con tutte le forze, con canti, cetre, arpe, timpani, sistri e cembali, e ritorna qui la radice sachaq che già abbiamo menzionato (Cfr. 2Sam 6,5); fa seguito poi una interessante precisazione: “Mentre l'Arca del Signore entrava nella città di David, Mikal, figlia di Saul, guardò dalla finestra; vedendo il re Davide che saltava (mepazzez) e danzava (mekarker) dinanzi al Signore, lo disprezzò in cuor suo (2Sam 6,16)”. I significati emergenti sono quelli del saltare con agilità (pazaz) e del danzare roteando (karar), i quali sottolineano il vigore e l'intensità con cui tutto l'essere di Davide manifesta la gioia per l'evento. Egli stesso inoltre si difende dalle critiche di Mikal, la quale non apprezza il suo essersi mescolato con la gente comune, precisando che il suo modo di agire è giustificato in quanto avvenuto dinanzi al Signore che lo ha scelto (Cfr. 2Sam 6,21). In altre parole: che un re danzi assieme al popolo non è sconveniente se è per scopi religiosi, anzi annulla le divisioni gerarchiche anche dove sono sacralmente intese.
Riguardo il danzare saltellando è possibile trovare nella Bibbia altri termini derivanti dalle radici raqad e qafatz: la prima designa il saltello a piedi alterni mentre la seconda rimanda a quello a piedi uniti. Esempi li troviamo in Qohelet: “Tempo per far lutto, tempo per danzare (reqod)” (Qo 3,4) e nel Cantico dei Cantici: “Una voce! Il mio diletto! Eccolo, viene saltando (medaleg) per i monti, balzando (meqafetz) per le colline” (Ct 2,8). Nel Cantico non si parla esplicitamente di danza, è tuttavia un poema d'amore che può essere interpretato in questo senso e riletto religiosamente[vii]; nel passo citato si può anche notare l'uso della radice dalag come sinonimo di balzare e saltare.
E' inoltre possibile trovare altre tre radici verbali utilizzate anche nel senso di danzare: pasach, da cui deriva il sostantivo pesach (pasqua), che accanto al significato più noto (passare) può esprimere il senso di saltare e danzare (Cfr. 1Re 18,21 e 26); tzala`, solitamente tradotta con zoppicare (Cfr. Gen 32,32), che può essere utilizzata come sinonimo di pazaz (muoversi agilmente, essere flessibile) per descrivere l'abilità di danzatori e danzatrici; infine sabab, radice alla quale si riconducono i significati di volgersi, girare, voltarsi, ritornare, andare attorno, circondare, far girare, che sono gesti e azioni coreografiche ritrovabili in molte danze.
Il libro dei Salmi ci offre poi due ulteriori e interessanti elementi linguistici che secondo alcuni studi rimanderebbero alla danza e al suo utilizzo come espressione liturgica.
Un primo dato è riconducibile al termine selà, presente settantun volte in trentanove Salmi[viii], come indicazione posta all'interno del testo. L'etimologia è piuttosto oscura, tuttavia i biblisti ritengono che il significato possa aver a che fare con una pausa, un intermezzo, un interludio di tipo musicale in ordine ad una miglior interpretazione dei versetti da cantare. Ciò permette di formulare l'ipotesi che accanto alla necessità di adattare di volta in volta la musica all'argomento di ogni cantico ci fosse anche quella di accompagnare la melodia con gruppi danzanti (Cfr. Sal 3,3.5.9; 32,4.5.7; 46,4.8.12; 68,8.20.33; 75,4; 76,4.10; 77,4.10.16; 89,5.38.46.49)[ix].
Fra le note introduttive di due Salmi troviamo inoltre la sottolineatura `al-machalat (Sal 53,1 e 88,1). Anche sulla traduzione di questo termine la discussione è aperta: modo o strumento musicale di incerto significato? Canto flebile? Nome proprio? La preposizione `al (su) lascia comunque intendere la corrispondenza con qualcosa che accompagna la salmodia. Nel primo caso l'espressione `al-machalat è seguita dalla specificazione maskil leDavid (Sal 53,1), può quindi essere tradotta: su canto o accompagnamento strumentale che insegna, di Davide. Sappiamo tuttavia che canto e danza nell'antico Israele sono frequentemente uniti, e non si può escludere che questa indicazione possa essere riferita a entrambi. Nel secondo caso tale possibilità emerge con maggiore evidenza: qui l'espressione è `al-machalat le`anot (Sal 88,1), traducibile: su canto o accompagnamento per risposta, e c'è chi sostiene che tale risposta sia riconducibile ad una danza ove il gruppo di danzatori risponde ad un solista[x].
Sempre nei Salmi possiamo trovare altri riferimenti alla danza come uno degli elementi liturgici che accompagna i momenti di gioia: ad esempio negli inni celebrativi per la processione dell'Arca, dove nel corteo che l'accompagna è possibile pensare a dei danzatori (Sal 68,25-26); oppure nella celebrazione di Sion come madre dei popoli, dove l'invito a danzare è esplicito (Sal 87,7); così come esplicitamente si esorta a lodare il nome di Dio con danze e inni (Sal 149,3 e 150,4).
Interessante anche il riferimento alla danza come segno di gioia per l'intervento di Dio nella storia a favore del suo popolo riportata nel libro della consolazione di Geremia (Ger 31,4).
Altri contesti nei quali la danza non è menzionata ma presumibile si possono ritrovare nel libro di Neemia, in occasione della festa per la dedicazione delle mura di Gerusalemme (Ne 12,27); o nel primo libro di Samuele, dove si descrive un gruppo di profeti preceduto da arpe, timpani, flauti e cetre (1Sam 10,5); e gli esempi potrebbero continuare.
Infine vale la pena ricordare la testimonianza di un maestro della Tradizione, nella quale si descrive una singolare reinterpretazione del ratto delle figlie di Silo (Gdc 21,19-23) riproposto come danza di corteggiamento: Rabbi Simeon Ben Gamaliele dichiara che nei giorni festivi del 15 di Av e dell'Espiazione le figlie di Gerusalemme uscivano con vestiti bianchi, che venivano anche prestati se qualcuna ne era sprovvista, e così abbigliate si recavano a danzare nelle vigne invitando i giovani a sollevare gli occhi e a guardare chi avevano scelto per loro[xi]. La letteratura talmudica, inoltre, descrive le processioni danzanti in occasione di matrimoni come atti religiosi pubblici da considerare con rispetto[xii].
La fonte biblica e la Tradizione che la interpreta, segnate da una notevole varietà terminologica, ci presentano dunque la danza nell'antico Israele sia come espressione di gioia che come gesto liturgico, vissuto principalmente in modo corale e pubblico, il quale diventa testimonianza di fede di un intero popolo che in questo modo esprime una lettura profetica della storia e ne sottolinea la sua celebrazione rituale. La danza è quindi tra gli elementi che rimandano ad una antropologia unitaria che non separara la sfera razionale da quella affettiva: in questo orizzonte il cuore dell'uomo (lev) è sede sia dei sentimenti che della ragione e della volontà, è un centro vitale unico e indiviso. La danza entra quindi a far parte della simbologia rituale in quanto gesto che permette di esprimere il rapporto con Dio attraverso il coinvolgimento di tutta la persona.

LO SVILUPPO STORICO
Non è certo questa la sede per una disamina storica esaustiva. Tuttavia è necessario richiamare alcuni momenti significativi della storia post-biblica per poter comprendere meglio in che modo l'attuale danza ebraica continui o meno ad alimentarsi alle sue radici[xiii].
Un primo periodo da considerare è sicuramente quello dell'accentuarsi della diaspora dopo la caduta del secondo Tempio nel 70 E.V., quando il giudaismo si ricostituisce a Javne attorno al commento della Torà (90 E.V.) difendendo la propria identità di fronte al cristianesimo nascente e alle diverse culture con le quali entra in contatto. Pian piano le danze pubbliche, come del resto il culto, scompaiono a causa della persecuzione incalzante e si rifugiano nel privato.
Nel Medioevo le autorità rabbiniche proibiscono ufficialmente le danze fra ebrei e non ebrei, insistendo sulla necessità di evitare qualsiasi contatto esterno per custodire sia l'identità ebraica che l'incolumità del popolo[xiv]. Nonostante tali restrizioni si continua a danzare fra le mura domestiche in occasione di matrimoni, durante lo Shabbat, le feste e le celebrazioni come la circoncisione e il bar-mitzwà[xv], momenti che segnano la vita religiosa individuale e collettiva. La danza si adatta alla nuova situazione: la mancanza di spazio e la necessità di non essere notati dall'esterno costringono a modificare molte danze tradizionali in relazione al mutato contesto. Tali difficoltà oggettive permettono comunque il sorgere, ad esempio in Germania, di vere e proprie scuole di danza.
Tuttavia il Medioevo non è un'epoca omogenea: al suo interno si registrano momenti di notevole intolleranza verso la minoranza ebraica che si contrappongono a un singolare scambio culturale, come quello che avviene in Spagna tra ebrei, cristiani e musulmani fra l'anno mille e la cacciata prima della scoperta dell'America. Tale periodo viene definito "aureo" proprio per la fecondità, anche a livello artistico, che da tale collaborazione deriva.
Il Rinascimento poi favorisce la ricomparsa delle danze pubbliche: gli ebrei possono ricominciare a danzare abbastanza liberamente in occasione di feste e di intrattenimenti di vario genere; la danza rifiorisce e si sviluppa in modo intensivo e creativo valorizzando gli apporti di ebrei provenienti da comunità diverse ma rimanendo fedele alle sue origini bibliche.
In Italia, ove vivono comunità all'interno delle quali si sono integrati ebrei di origine spagnola, portoghese e tedesca, abbiamo notizie di famiglie in cui insegnanti israeliti impartiscono lezioni di Sacra Scrittura, Talmud, musica e danza: quest'ultima quindi è parte integrante della formazione tradizionale. Sappiamo inoltre di scuole di danza e musica, gestite sempre da ebrei, a Venezia nel 1443 e a Parma nel 1466. Non dimentichiamo poi il maestro Guglielmo De Pesaro, anch'egli israelita, che nel 1463 pubblica un trattato su l'arte del ballo. Pare anche che nel 1469, a Palermo, vi siano state delle processioni di ebrei danzanti per le vie della città in occasione del matrimonio fra Ferdinando di Castiglia e Isabella d'Aragona. Purtroppo tale unione segnerà negativamente il periodo aureo spagnolo: saranno infatti loro a cacciare prima gli ebrei e poi i musulmani, causando una disfatta paragonata alla caduta del Tempio e ponendo fine ad un proficuo scambio interculturale. Molti degli ebrei espulsi si rifugeranno in zone diverse del Mediterraneo tra cui l'Italia.
Non è quindi casuale che ancora nel sedicesimo secolo maestri e teorici di danza italiana rinascimentale siano di origine ebraica: a Roma, ad esempio, si distingue il coreografo ebreo Jacchino Massarano. Direttamente o indirettamente, quindi, l'ebraismo continua ad alimentare la cultura occidentale anche attraverso la danza, e ciò nonostante l'istituzione dei "ghetti", ratificati con la Bolla di Paolo IV Cum Nimis Absurdum del 1555, e diffusisi soprattutto nel '600.
Nel '700 si sviluppa il movimento chassidico, una corrente mistica popolare che si contrappone a quella più elitaria tradizionale, che parte dall'est europeo per poi diffondersi a macchia d'olio nel centro Europa, il quale imprime una singolare svolta nella vita religiosa sociale degli ebrei dell'epoca e, di conseguenza, anche nella danza: emergono caratteri schiettamente popolari accanto alla permanenza di divieti tradizionali, come quello di danze miste tra uomini e donne o di danze pubbliche in luoghi sconvenienti. Le occasioni in cui danzare sono quelle di sempre: le feste e le celebrazioni famigliari come matrimoni e circoncisioni. In questi casi sono previste anche danze di coppia formata però da coniugi o parenti stretti, dove comunque spesso la separazione fra le mani è simboleggiata da un fazzoletto; durante le nozze di ebrei particolarmente osservanti si continua invece a danzare separatamente. Abbiamo poi testimonianze circa una particolare modalità di celebrare il riposo sabbatico: gli uomini si recano in sinagoga e le donne si ritrovano per danze celebrative. Con apporti yemeniti e kurdi nascono inoltre nuove danze per le diverse feste, tra le quali quelle per esprimere la gioia in occasione di Simchat Torà (gioia per la Torà), momento in cui il rotolo sacro viene portato danzando per le strade, pratica tutt'ora in uso sia in Israele che nelle comunità che si ispirano al chassidismo.
Non esistono scuole di danza chassidica: è un fenomeno popolare che prende piede attorno alle guide carismatiche dell'epoca, sia attorno al Ba'al Shem Tov, fondatore di questa corrente spirituale, che ai grandi maestri della stessa come Nachman di Bratzlav, che, considerando la danza una particolare forma di preghiera e di esperienza mistica, compone preghiere da recitare prima della stessa. L'elemento interessante è che tale misticismo viene comunicato e condiviso attraverso la danza stessa: “Quando il  Nonno di Spola il Sabato e le feste danzava, il suo piede era leggero come quello di un bambino di quattro anni. E di tutti quelli che vedevano la sua santa danza, non ve n'era uno che non tornasse subito con tutta l'anima a Dio; chè nel cuore di tutti quelli che lo vedevano, egli destava un tempo lacrime e ebbrezza”[xvi].
A Nachman di Bratzlav si fa inoltre risalire la tradizione di commemorare la morte di grandi maestri attraverso pellegrinaggi danzanti: egli avrebbe ordinato ai suoi discepoli di celebrare la memoria di Rabbi Simeon Ben Yochai, durante la festa di Lag ba-Omer[xvii], studiando un capitolo della Mishnà e recandosi danzando sulla tomba del maestro. Da qui altre tradizioni simili, come quella delle danze a Pentecoste in ricordo del profeta Nahum in un orizzonte di attesa messianica.
Il chassidismo dunque riprende e contribuisce a costudire molti elementi della tradizione più antica, privilegiando le danze in cerchio come all'epoca biblica e riproponendo simbolicamente questo modello come segno di uguaglianza fra i credenti: nel circolo non si distingue chi guida la danza da chi segue, e ciò pone tutti sullo stesso piano davanti a Dio. Inoltre i testi e le melodie che accompagnano tale gesto sono generalmente tratte da brevi testi biblici o talmudici.
In realtà il movimento chassidico assume e sviluppa una tendenza già emersa nello stesso periodo in Palestina: durante la preghiera pubblica o privata e durante lo studio della Torà viene introdotto l'ondulamento cadenzato denominato shokelin, il quale ha lo scopo di favorire la concentrazione e il coinvolgimento di tutta la persona nel gesto che si sta compiendo. Tra le possibili interpretazioni di questa scelta c'è il riferimento ad un Salmo: “Tutte le mie ossa diranno: Signore chi è come te (Sal 35,10)”. Anche questo elemento continua ad essere presente nell'ebraismo contemporaneo.
Diventa invece più complesso e problematico parlare di rinascita della danza nell'attuale Stato di Israele: il ritorno degli ebrei nella propria terra segna un nuovo orientamento che rimette in discussione il modo di vivere e le scelte di un popolo da secoli in diaspora, e ciò si ripercuote a vari livelli tra i quali anche la danza popolare tradizionale[xviii].
Diversi movimenti immigratori caratterizzano tale ritorno: tra i più importanti quello dal 1882 fino ai primi del 1900, migrazione sostenuta da giovani intellettuali russi che esaltano il lavoro manuale e la vita collettiva, e il periodo pionieristico dal 1905 fino ai due grandi conflitti mondiali che vede nuove forme di colonizzazione agricola come i kibbutzim. Tali movimenti contribuiscono a creare una nuova coscienza nazionale che si oppone al dominio straniero e favorisce la costituzione di uno Stato all'interno del quale convivono ebrei di tradizioni ed etnie piuttosto variegate. Dopo la proclamazione ufficiale dello Stato di Israele nel 1948, ai discendenti degli antichi pionieri si sono oramai uniti ebrei dei paesi arabi ed ebrei scampati alla shoà, la catastrofe nazista, provenienti dall'Europa e quindi di origine sia sefardita (spagnola) che askenazita (est europeo). Ogni gruppo porta con sè un'abbondanza di elementi culturali, tra i quali anche le danze popolari, che però tendono a rimanere chiusi all'interno di coloro che provengono dalle stesse zone.
Il confronto fra le diverse espressioni della tradizione qui confluite inizia grazie alla danzatrice Gert Koufmann, arrivata in Palestina nel 1920 e conosciuta oggi con il nome ebraico di Gurit Kadmann, la quale, dal 1944, promuove incontri nazionali presso il kibbutz Dalya: tale tradizione, mai interrotta, vede un coinvolgimento sempre crescente di danzatori, permette una conoscenza reciproca, favorisce la formazione di compagnie di danza popolare e ispira nuove forme espressive. Nel 1947 il secondo incontro di Dalya porta già il segno del raggruppamento degli esiliati ed è basato interamente sulla creazione locale; i successivi del 1951 e 1958 registrano un'affluenza e una creatività decisamente in crescita.
La Kadmann prende progressivamente coscienza della varietà di tesori che ogni gruppo ha custodito e portato con sè, ma nello stesso tempo si rende anche conto del pericolo derivante da una eccessiva propensione verso il nuovo e il moderno a scapito del tradizionale. Si fa così promotrice di iniziative per raccogliere e salvaguardare tale prezioso patrimonio: tra queste la creazione di una commissione di danze popolari che si occupa della formazione degli insegnanti, la sensibilizzazione attraverso le diverse entità culturali del paese e la diffusione di questo fenomeno all'estero: prima a Praga, poi negli Stati Uniti e poi un po' ovunque. Nel 1963 alcuni suoi film documentari vengono proiettati al primo congresso internazionale dell'International Folk Music Council unitamente ad una rappresentazione di danze denominata "Radici", e nel 1971 è ancora lei a fondare un centro di danze etniche con l'obiettivo di raccogliere e conservare danze, melodie, costumi e usanze delle comunità ebraiche incoraggiando gli anziani a trasmettere un così ricco bagaglio culturale ai giovani.
Grazie a tale opera la danza popolare israeliana cresce e progredisce cercando di integrare i sentimenti di gioia e di coraggio, segno del ritorno alla Terra, con quelli di lutto che continuano a costituire una necessaria memoria delle sventure che si sono abbattute sul popolo ebraico d'Europa. Si creano inoltre nuove danze rileggendo temi e motivi antichi, riproponendo passi e coreografie provenienti da ogni parte del mondo e da epoche diverse.
Possiamo pertanto individuare due filoni di sviluppo: quello chassidico, più europeo, e quello yemenita, più orientale. Al primo può essere ricondotta la hora, di chiara influenza rumena, antica danza dei pionieri divenuta simbolo della nuova vita in Israele: la si danza in occasioni sia religiose che laiche formando un cerchio che pian piano si allarga per comprendere tutti, simbolo di condivisione e di uguaglianza come nelle antiche danze dei chassidim; i movimenti, semplici acessibili a chiunque, e l'introduzione dell'unione delle braccia, sono il segno di una nuova ideologia che ha superato le divisioni del passato.
La ricerca continua, e non sempre indolore[xix], nella convivenza scomoda di due anime che sono in qualche modo l'espressione di una tensione percepibile a vari livelli: come si discute sull'identità ebraica e sulle nuove correnti laiche emerse soprattutto dopo la shoà, allo stesso modo non si riesce a definire con chiarezza cosa sia, o cosa debba essere, la danza israeliana contemporanea. Rimane quindi aperto il dibattito fra conservazione della Tradizione, cioè di una ebraicità biblicamente fondata, ed assimilazione ad un concetto di popolo e nazione secondo categorie di chiara matrice occidentale. E' una dialettica aperta, e pertanto feconda, dove antico e nuovo continuano a convivere, e dove la danza costituisce un elemento importante e fondamentale per la vita del paese: nel 1976 alcuni gruppi folcloristici hanno rappresentato Israele all'estero e l'insegnamento delle danze popolari rientra nel quadro dei programmi scolastici.
Lo Stato di Israele, tuttavia, non esprime la realtà ebraica odierna nella sua totalità in quanto la maggior parte degli ebrei vive fuori da esso: è un riferimento indispensabile ma non può esaurire il discorso, che si fa invece particolarmente interessante proprio nell'ebraismo ancora in diaspora e nei suoi rapporti con i non ebrei. Per quanto riguarda la valorizzazione delle radici bibliche della danza ebraica, esistono esperienze, sorte ad esempio in Europa e in America, che si stanno rivelando interessanti ambiti di ascolto e conoscenza della cultura di questo popolo di cui la danza si fa portavoce, attraverso un linguaggio simbolico che favorisce la comunicazione superando differenze religiose e ideologiche[xx].
Ci troviamo pertanto di fronte ad un fenomeno piuttosto articolato che non si è esaurito nel passato ma continua, inaspettatamente e sorprendentemente, a dialogare al suo interno al di là dei propri confini.

ALCUNE OSSERVAZIONI
Gli elementi fin qui emersi circa il significato e il ruolo della danza nell'esperienza ebraica, ci permettono di formulare alcune sottolineature e riflessioni in ordine ad alcune costanti che l'evoluzione nel tempo non ha cancellato ma riproposto in forme diverse.
Innanzitutto la dimensione storica e relazionale: deliberatamente non ho mai usato il termine "estasi", anche là dove avrei potuto farlo, per evitare i rischi derivanti dalla comune precomprrensione (preconcetto n.d.r.) occidentale, che tende a considerarlo soprattutto in una prospettiva metastorica, dove la comunicazione storica dell'esperienza del divino appare quasi impossibile. Nell'ebraismo invece, che come abbiamo visto conosce esperienze mistiche, l'ineffabile si dice e il tempo resta lo "spazio sacro" in cui il Signore si manifesta e in cui poterlo continuamente incontrare. Le radici bibliche ci hanno infatti mostrato come la danza, anche nelle sue forme estatiche come nel caso di Davide davanti all'Arca (2Sam 6,16), è una forma di preghiera, di lode al Signore per le meraviglie storiche operate, una sorta di narrazione celebrativa dove la parola cantata è unita a gesti simbolici danzati: si parla spesso infatti di "cori di danze" (es.: Es 15,20-21). Ci troviamo così di fronte a temi e luoghi biblici fondamentali per l'identità del popolo di Israele[xxi], come il dinamismo della benedizione, della lode fra Creatore e creatura, e il senso del narrare compiendo gesti significativi per mantenere viva una memoria in quanto "momento" di salvezza.
La benedizione e la lode a Dio e al suo Nome sono infatti la conseguenza dell'aver percepito la sua azione a favore dell'uomo nella storia: quest'ultimo risponde all'azione divina benedicendo e impegnandosi a vivere secondo gli insegnamenti rivelati. La danza si colloca quindi come uno dei linguaggi all'interno del dialogo tra Dio e gli uomini, in altri termini all'interno dell'Alleanza, e poichè tale dialogo non si esaurisce verticalmente ma ha una sua necessaria direzione orizzontale è comprensibile che essa sia soprattutto corale, segno di comunicazione e di condivisione. L'abbiamo infatti ritrovata nella celebrazione delle grandi feste e di particolari momenti di vita famigliare, ove è naturale comunicarsi reciprocamente la gioia compresa e recepita come dono del Signore che continua a benedire il popolo col quale ha stabilito un particolare rapporto.
Inoltre è emersa anche la dimensione narrativa ed evocativa che rimanda ad una precisa esortazione divina: il vervo zakar (ricordare), nelle sue varie forme, ricorre nella Bibbia non meno di centossentanove volte, e frequenti sono gli inviti a narrare il contenuto di tale ricordo di generazione in generazione. Esempio significativo è l'invito a ricordare perennemente l'uscita dall'Egitto in quanto evento fondante: “Questo giorno sarà per voi un memoriale (zikkaron); lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne” (Es 12,14), “perchè tu possa raccontare alle orecchie di tuo figlio e del figlio di tuo figlio come io ho trattato gli egiziani e i segni che ho compiuto in mezzo a loro, cosicchè sappiate che io sono il Signore” (Es 10,2). Raccontare compiendo gesti significativi, come avviene nella celebrazione della cena pasquale, non è una semplice evocazione, non appartiene semplicemente alla sfera del ricordo: è un "memoriale", che biblicamente significa diventare contemporanei all'evento di salvezza che si sta celebrando.
Il fatto che le testimonianze scritturistiche relative alla danza contengano questi elementi, colloca la stessa in un'orizzonte celebrativo che ha come scopo principale rivivere la salvezza nella storia, con particolare attenzione ai momenti che non vanno dimenticati in quanto fondamentali per le generazioni successive. Questa sorta di "strategia del ricordo" è una dimensione costitutiva nella formazione del testo biblico come ben sottolinea lo storico ebreo Yerushalmi: “Quel che va ricordato è anzitutto ogni intervento di Dio nella storia, e le risposte date dall'uomo, positive o negative che siano, a quegli interventi”[xxii]. Ed essendo quella biblica un'antropologia unitaria, la danza è tra i linguaggi che esprimono tali interventi e tali risposte in un contesto di fede che abbraccia ogni aspetto dell'esistenza: il popolo ebraico infatti è il popolo che ha la stessa fede di Abramo e che Dio ha liberato dalla schiavitù conducendolo, oltre il mar Rosso, su una Terra nella quale esprimere la propria identità.
Il discorso si fa più complesso nel momento in cui tale identità deve misurarsi con culture non omogenee alla propria: già ai tempi biblici si devono evitare pericolosi sincretismi coi culti della fertilità cananei, quindi con danze che rimandano a orge e prostituzioni sacre (Cfr. Dt 23,18), e ciò giustifica la durezza del profetismo su questo punto (es.: Am 2,7; Os 1,2). Nell'incontro poi con la mentalità occidentale animata dal dualismo greco anima-corpo, in particolare nell'ebraismo post-biblico, i pericoli aumentano in quanto la danza rischia di essere vissuta fuori da un orizzonte religioso; ben si comprendono quindi i divieti rabbinici in questa direzione e il riaffermarsi della stessa nel contesto del misticismo chassidico. Un discorso analogo vale per quanto sta accadendo oggi nello Stato di Israele: chi cerca di custodire l'originalità e l'unicità di ciò che l'ebraismo testimonia teme la trasformazione totale della danza da espressione di fede a semplice fenomeno folcloristico e artistico. D'altro canto è anche vero che le comunità ebraiche hanno continuato a custodire questo aspetto della loro cultura, spesso costretti fra le mura domestiche, riservandolo a momenti che rimandano decisamente alla componente religiosa della loro identità; e al di là delle diverse inculturazioni che la danza ebraica ha subito, la sua espressione più tradizionale continua a riproporre grandi temi biblici: pensiamo a danze come Sullam Jacov (La scala di Giacobbe), `oneg shabbat (Piacevole Sabato), Tzion tamati (Sion mia diletta), e molte altre, che continuano a narrare passi della Scrittura e a ricordare il senso delle grandi feste religiose testimoniando la dimensione rituale originaria.
Oserei dire anche che molte danze, apparentemente più laiche, di fatto vengono utilizzate secondo criteri religiosi anche se forse non molto ortodossi: in alcuni kibbutzim israeliani la danza è uno dei gesti comunitari per celebrare il riposo sabbatico che, probabilmente discutibile rispetto ai canoni tradizionali, rappresenta una singolare rilettura secolarizzata di un valore religioso ritenuto comunque importante.
Se questa può apparire una forma estrema un fatto rimane indiscutibile: la danza ebraica, nelle sue espressioni più o meno fedeli alle radici che l'hanno prodotta, sta aiutando il mondo contemporaneo a riscoprire una cultura, da troppo tempo sottovalutata, che ha contribuito in modo significativo allo sviluppo dell'Occidente. Inoltre la sua dimensione simbolica favorisce la valorizzazione di nuovi linguaggi espressivi e comunicativi soprattutto a livello popolare: è in questo ambito infatti che pare particolarmente apprezzata proprio per la sua capacità di coinvolgimento, così come desta interesse tra i cristiani che sentono l'esigenza di riscoprire la cultura biblica che li accomuna agli ebrei con particolare attenzione ad un recupero del linguaggio del corpo in una prospettiva di fede.
Il problema si sposta quindi, inevitabilmente, sul versante della recezione: accostarsi correttamente alla danza ebraica significa prendere coscienza delle ragioni celebrative per cui è nata, dell'orizzonte di fede che l'ha animata, della comprensione dell'uomo e della storia che, anche nelle sue forme più moderne, continua a testimoniare. E' importante perciò non solo conoscere i testi che la supportano, ma soprattutto saperli contestualizzare correttamente cercando di cogliere il più possibile il senso profondo di ogni gesto. Inoltre va anche sottolineato che è l'esperienza diretta a favorire una maggior comprensione e un'interiorizzazione che la spiegazione da sola non è in grado di dare: si arriva al cuore della danza ebraica solo danzandola. La miglior conclusione è quindi un invito a provare!
(Testo redatto dall’Autrice)
Note bibliografiche
AA.VV., Dance, in Enciclopaedia Judaica, vol.V, pp.1262-1274.
AA.VV., Machol Ha'am. Dance of the jewish people, by BERK F., Edited by S.Reimer, American Zionist Youth Foundation, U.S.A. 1978.
BALBI R., Hatikvà. Il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa, Oscar Mondadori, Milano 1983.
BUBER M., I racconti dei Chassidim, Garzanti, Milano 1985.
SESTIERI L., La spiritualità ebraica, Ed. Studium, Roma 1987.
YERUSHALMI Y.H., Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, Pratiche editrice, Parma 1983.

Note
[i]. Se è possibile parlare di danza ebraica non è tuttavia possibile dare una definizione esaustiva di ebraismo. Interessante al riguardo il saggio di JANKELEVITCH V., La coscienza ebraica, Giuntina, Firenze 1986.
[ii]. Con il termine Bibbia, in questo contesto, ci si riferisce al canone ebraico formato dalla Torà (Pentateuco), dai Profeti e dagli Scritti agiografici. Per quanto riguarda invece la Tradizione ci si rifà alla Mishnà, la Torà orale codificata, e alle successive discussioni raccolte nel Talmud. Essendo queste fonti fondamentalmente narrative, anzichè procedere per classificazioni come sovente si tende a fare, propongo invece un percorso linguistico attraverso termini e contesti legati esplicitamente o implicitamente alla danza, nel tentativo di cogliere il fenomeno rispettando la particolarità che lo contraddistingue e lasciando aperte le posssibilità definitorie.
[iii]. La lingua ebraica si esprime attraverso radici verbali attorno alle quali si articolano sostantivi che, appartenendo allo stesso campo semantico, sottolineano sfumature e varianti di uno stesso concetto.
[iv]. Una danza ancora in uso, non più solo femminile ma con un cerchio formato da coppie, riporta nella base musicale cantata le parole di queste antiche danzatrici. E' conosciuta con il titolo Ve-David, E Davide.
[v]. Sono le feste durante le quali anticamente ci si recava al Tempio di Gerusalemme: Pesach, Pasqua, in memoria dell'uscita dall'Egitto; Shavu'ot, Pentecoste, in memoria del dono della Torà sul monte Sinai; Sukkot, le Capanne, in memoria dei quarant'anni trascorsi nel deserto prima dell'ingresso nella Terra promessa. Attualmente, senza più il Tempio e con il popolo ebraico in maggioranza lontano da Gerusalemme, tali feste non prevedono più quel tipo di pellegrinaggio; tuttavia c'è chi comunque, in queste occasioni, se può si reca al muro occidentale quale unico segno dell'antico Santuario.
[vi]. Ci sono interessanti testimonianze al riguardo soprattutto in riferimento alle celebrazioni per Sukkot. Cfr. Talmud babilonese, Sukkà 51b e 53a.
[vii]. Non dimentichiamo che l'ebraismo considera l'esperienza d'amore fra uomo e donna come un modo per dal lode a Dio ed entrare in comunione con Lui.
[viii]. Ricorre anche tre volte nelle profezie di Abacuc (Ab 3,3.9.13). Non è rilevabile dalla traduzione italiana della CEI.
[ix]. Il termine selà compare alla fine del versetto nel testo ebraico. La traduzione italiana della CEI non lo riporta.
[x]. Questa l'ipotesi di SHALOMON HERMON, in AA.VV., Machol Ha`am, by BERK F., Edited by Reimer S., American Zionist Youth Foundation, U.S.A. 1978, pp.14-15.
[xi]. Cfr. Mishnà, Ta`anit 4,8. Esiste inoltre una danza ebraica che porta il titolo di Bakramim: nelle vigne.
[xii] Cfr. Talmud babilonese, Ketubbot 17a.
[xiii]. Per quanto riguarda i dati storici faccio particolare riferimento alle notizie e alle note bibliografiche riportate nella Enciclopaedia Judaica alla voce Dance, Vol.V, pp.1262-1274.
[xiv]. In questo stesso periodo i rabbini invitano a non usare vino rosso, che potrebbe essere scambiato per sangue, per la preparazione dei cibi per la celebrazione Pasqua, a causa delle accuse di omicidio rituale di cui sono vittime innocenti.
[xv]. Significa diventare "figli del precetto": compiuti i tredici anni di età si dimostra alla comunità di essere responsabili in prima persona della propria fede e osservanza.
[xvi]. BUBER M., I racconti dei Chassidim, Garzanti, Milano 1988, p.215.
[xvii]. Il maestro è il presunto autore dello Zohar, un testo mistico, e la festa interrompe gioiosamente i 49 giorni fra Pasqua e Pentecoste dedicati al ricordo dei martiri ebrei.
[xviii]. Per quanto riguarda il ritorno in Palestina e la fondazione dello Stato di Israele rimando a: BALBI R., Hatikvà. Il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa, Mondadori, Milano 1986.
[xix]. La presenza di danzatori professionisti amanti del folclore e il desiderio di assimilazione alla cultura occidentale, di fatto presente nell'attuale Stato di Israele, hanno favorito l'introduzione di elementi artistici e la creazione di nuove danze secondo modelli che rischiano di deviare da quello popolare snaturandolo. Quando la danza folclorica diventa spettacolo si pone infatti il problema di come rispettarne l'autenticità: il passaggio, ad esempio, dal contesto della festa religiosa o della celebrazione di un matrimonio al palcoscenico, richiede scelte coreografiche che possono sminuire la portata e il senso delle danze proposte. Diventa inoltre più difficile coinvolgere in modo adeguato il pubblico nel momento in cui fa solo da spettatore: la dimensione e il linguaggio corale tipici della danza popolare non riescono ad esprimersi totalmente.
[xx]. Interessante al riguardo l'iniziativa di seminari di danza e cultura ebraica promossi in Italia dal Centro Terra di Danza in collaborazione con l'Amicizia Ebraico-Cristiana di Firenze. Hanno avuto inizio nel 1993 e sono tutt'ora in corso con scadenza annuale.
[xxi]. Con la definizione "popolo di Israele" si intende designare la realtà ebraica nel suo insieme, quindi non solo gli ebrei residenti nello Stato omonimo.
[xxii]. YERUSHALMI Y.A., Zakhor.Storia ebraica e memoria ebraica, Pratiche Ed., Parma 1983, p.23.

Shalom - Salam - Peace


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DANZE EBRAICHE o ISRAELIANE?
L’argomento è attualmente oggetto di dibattito aperto a partire dal fatto che, con il ritorno in Terra di Israele, la maggior parte delle danze ebraiche proviene dalla rielaborazione e produzione israeliana. Se, da una parte, è vero che nell’Israele moderno – a partire dall’epoca dei pionieri – sono confluite le danze ebraiche della diaspora fondamentalmente legate alle radici bibliche, dall’altra è altrettanto vero che il ritorno nella Terra dei padri ha visto nascere filoni nuovi, più “laici”, e sicuramente più interessati ad assimilarsi a tendenze moderne, anche se comunque non mancano coreografi che tendono a rimanere in maniera inequivocabile dentro la tradizione. La domanda può essere affrontata da almeno due punti di vista: vogliamo considerare solo la provenienza della danza ebraica oggi – e quindi parliamo di danza israeliana – o vogliamo invece considerare l’orizzonte più ampio nel quale lo Stato di Israele si colloca, che è la storia del popolo ebraico? (tratto dal sito di Terra di Danza)    -    Noi, vogliamo considerare che comprendere la danza israeliana esige comunque la conoscenza della tradizione ebraica religiosa (il canto dei Salmi) e delle specifiche tradizioni delle diverse comunità ebraiche (disapora), nonchè di tutto quel "sentimento" che nasce dal movimento Chassidico che preconizza la religione nella gioia, ed è all’origine di una vera svolta nella vita religiosa e sociale artistica ed in questa della danza (Vedasi per questo ad esempio,  Martin Buber).
La danza ebraica è da sempre, strettamente legata  a due filoni fondamentali ancorati nella tradizione e nella legge religiosa ebraica: quella della vita umana e delle sue feste.
La tradizione ebraica, vede l'uomo unitariamente, senza separare la sua dimensione corporea/materiale, da quella spirituale che in abraico ben si definisce come Ruach (Spirito, Pneuma) . Nella Bibbia infatti la persona è vista in modo unitario e non vi sono termini che indicano una separazione fra corpo/spirito, e/o corpo/anima.
Le Danze Ebraiche accompagnano gli eventi più disparati che fanno parte del quotidiano umano:
•le feste, soprattutto quelle della natura (raccolto, vendemmia, ecc);
•le celebrazioni di vittoria sul nemico;
•le danze “sacre” legate alle cerimonie di culto e di preghiera;
•le danze di divertimento nei giorni non festivi;
•gli avvenimenti importanti della vita umana  (nascita, circoncisione, fidanzamento, nozze, morte).
Poi, per effetto della diaspora gli ebrei subiscono l’influenza dei popoli che li circondano e questo stimola la creazione artistica, che diviene molto produttiva di danze, tanto che le stesse assumono un nuovo orientamento con il ritorno degli ebrei alla terra promessa. Ogni gruppo d’immigrati ha portato con sé le danze folcloristiche del proprio paese d’origine, come la hora rumena, la polka e la krakoviak polacche, il kasatchok russo, le danze curde, yemenite e bukhariane, le danze chassidiche la cui influenza si faceva sentire anche dall’esterno. Gli abitanti arabi, druzi e della Circassia hanno le loro danze.  Anche danzatori professionisti e amanti del folclore che si sono stabiliti in Israele  hanno esercitato un’influenza considerevole sul ruolo della danza in Israele.
...Ondate di immigranti cominciarono ad affluire dall'Europa Centrale sul finire del XIX secolo, seguite da immigranti dal vicino Oriente e dal Maghreb. I membri fondatori dei kibbutz si riposavano dopo il duro lavoro quotidiano con canti e danze del loro paese natale.
Il ricco folklore slavo animava così le serate e le feste della collettività. Più tardi, altri immigranti portarono con sé altri ritmi e colori del folklore orientale.
Le testimonianze della Bibbia riportano che Jefte, il giudice, ritornando dalla guerra vide sua figlia venirgli incontro "con tamburi e danzatori". Davide danzò davanti al Signore, malgrado il riso beffardo di Mihal, figlia di Saul; ci furono sia danze sacre che profane fino alla principessa Salomé che danzò davanti al re Erode, suo patrigno, poco tempo prima della conquista e distruzione di Gerusalemme per mezzo di Tito, che pose fine alle danze del suolo d'Israele per circa 2000 anni.
Il folklore d'Israele é ricco e vario grazie ai molteplici contatti che il popolo ebraico ha mantenuto in ogni parte del mondo nel corso dei secoli. Quello che ha contribuito a farne un folklore autentico, benché giovane, é il fatto di essere il risultato delle innumerevoli tradizioni quotidiane delle comunità ebraiche del mondo intero. 

"Libri di Danza e non solo"

  • Aforismi perla fioritura dell’anima di Alessandro Paronuzzi – Stampa alternativa Nuovi equilibri
  • Ascolta la musica dell'anima - Jalal al Din Rumi - Oscar saggezze
  • Bach-Blüten-Tänze, Anastasia Geng
  • Circle Dance: Dancing the Sacred Way - Anna Barton (Findhorn Foundation) esiste in due lingue Inglese/Portoghese - Ed. Triom
  • Circle Dancing: Celebrating the Sacred in Dance - June Watts - Ed. Green Magic
  • Come sono belli i passi - Elena Bartolini - Ed. Ancora
  • Danzare la Vita - Roger Garaudy - Ed. Cittadella Editrice
  • Delle Danze Antiche Femminili - Irina Naceo - Ed. della Terra di Mezzo
  • Donne che corrono con i Lupi - Pinkola Estés - Ed. Frassinelli
  • Donne che non hanno paura del fuoco - Mari Valentis e Anne Devane - Ed. Frassinelli
  • Essere se stessi - Edward Bach - Macro Edizioni
  • Essere se stessi di Edward Bach – Macro edizioni
  • Figure di Donna nei Miti e nelle Leggende "Dizionario delle Dee e delle Eroine" - Patricia Monaghan - Ed. Red
  • Fiori della sintesi di Patrizia Alberti – ed. Junior
  • Floriterapia al femminile di Marcella Saponaro – ed. Tecniche nuove
  • Guarire con i Fiori di Bach: 1 Guarisci te stesso, 2 I Dodici Guaritori e altri rimedi - Eward Bach - Nuova Ipsa Editore Srl
  • Guida alla Dea Madre in Italia - Andrea Romanazzi - Ed. Venexia
  • I Fiori di Bach - Accademia Centaurea - Macro Edizioni
  • I Nomi della Dea - Campbell, Eisler, Gimbutas, Mosés - Ed. Ubaldini Roma
  • I Racconti dei Chassidim di Buber Martin – Ed. I Grandi Libri Garzanti
  • I Sufi e la Preghiera in Movimento Maria-Gabriele Wosien - Hermes Edizioni - Febbraio 2007
  • I Vangeli apocrifi - Marcello Craveri - Ed. Einaudi
  • I Vangeli gnostici - Elaine Pagels - Ed. Mondadori
  • Il Calice e la Spada "La presenza dell'elemento femminile nella storia dalla Maddalena ad oggi" - Riane Eisler - Ed. Frassinelli
  • Il Corpo territorio del sacro - De Miranda Evaristo E. - Ed. Ancòra
  • Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach – edizione Rizzoli
  • Il Grande Libro dei Fiori di Bach - Mechthild Scheffer - Ed. Corbaccio
  • Il grande libro dei Fiori di Bach di Mechthild Scheffer – Ed. Corbaccio
  • Il Ildegarda di Bingen di Anne H. King-Lenzmeier – ed. Gribaudi
  • Il Linguaggio della Dea - Marija Gimbutas
  • Il piccolo libro della gioa interiore di Pierre Stutz – ed. Gribaudy
  • Il piccolo principe di Antoine de Saint Exupéry – Ed. Bompiani
  • Il potere della Kabbalah - Yehuda berg - Ed. Tea
  • Il risveglio della Dea - Vicky Noble - Ed. Tea
  • Il rito, antropologia della ritualità/Aldo Natale Terrin – Ed. Morcelliana
  • Il Sentiero del Risveglio Interiore - Eva Pierrakos - Ed. Crisalide
  • Ildegarda di Bingen - Anne H. King - Lenzmeier - Ed. Gribaudi
  • Isole Sonanti di Gianfranco Salvatore – ed. ISMEZ
  • L'essenza del reale - Fihi-mâ-Fîhi - Jalal al Din Rumi - Classici del sufismo)
  • L'estatica della tarantella di Pierpaolo de Giorgi - congedo editore
  • L'uomo e i suoi simboli di Carl G. Jung – Raffaello Cortina Editore
  • La Danza a Spirale - Starhawk - Macro Edizioni
  • La Danza delle Grandi Madri - Clarissa Pinkola Estès - Ed. Frassinelli
  • La Danza Greca Ieri ed Oggi - Vassilis Polizois - Ed. Accademia Ellenica per le Culture ed Arti nel Mediterraneo
  • La Danza intorno al Centro (Energia e Mandala)
  • La Danza Sacra - Renato Torniai - Ed. paoline 1951
  • La Dea Doppia - Vicky Noble - Ed. Venexia
  • La Floriterapia di Margaretha Mijnlief – ed. Sanerbe Bologna
  • La Grande Madre - E. Newman - Ed. Astrolabio
  • La spirale mistica di Jill Purce – Red Edizioni
  • la spiritualità del corpo di Alexander Lowen – casa editrice Astrolabio
  • La Strada della Donna - E. Harding - Ed- Astrolabio
  • Labirinti di Patrick Conty – ed.Piemme
  • Labirinti, simboli del viaggio nell’anima di Pier Giorgio Viberti – Demetra edizione
  • Le Dee dentro la Donna - Jean S. Bolen - Ed. Astrolabio
  • Le Dee viventi - Marija Gimbutas - Ed. Medusa
  • Le energie positive degli alberi di Patrice Bouchardon – Ed. Mondadori
  • Le feste di Dio / Guy Deleury – Ed. San Paolo srl
  • Le piante per la psiche – Mechthild Scheffer, Wolf-Dieter Storl di Ipsa Editore
  • Le Porte Interiori "Meditazioni quotidiane" - Eileen Caddy - Ed. Amrita
  • Le vie della danza di Alba Giovanna Anna Naccari – Morlacchi editore
  • Libera te stesso - Edward Bach - Macro Edizioni
  • Lo spirito degli alberi di Fred Hageneder – Ed. Crisalide
  • Maria Maddalena "La Dea occulta del Cristianesimo" - Lynn Picknett - Ed. l'Età dell'Acquario
  • Muta il mio dolore in danza di Henri Nouwen – ed. San Paolo
  • Nella Danza sei Tu - Joyce Dijkstra - Gabrielli Editori
  • Oscure madri splendenti - Luciana Percovich - Ed. Venexia
  • Pregare con il corpo / Peter Dyckhoff – ed. Ancora
  • Quando la danza guarisce. Approccio psicoanalitico e antropologico alla funzione terapeutica della danza - France Schott-Billmann - Ed. Franco Angeli
  • Sacred Dance: Encounter with the Gods - Maria-Gabriele Wosien
  • Storia Comparata degli Usi Natalizi in Italia e presso gli altri popoli indoeuropei - A.De Gubernatis - Arnaldo Forni Editore
  • Storia del Natale - Tra riti pagani e cristiani Clement A. Miles (Autore), L. Mazzolini (Redattore), G. Cirenei
  • Storia della danza - Curt Sachs - Ed. Il Saggiatore
  • Storia della danza di Aldo Masella edizione tutta danza – Interlinea
  • Storia universale della danza di Giovanni Calendoli. Arnoldo Mondadori editore
  • The Bible in Israeli Folk Dances - Matti Goldschmidt - Ed. Choros
  • The Dancers Journey - Bernhard Wosien "Self-Realisation Through Movement" - Ed. Seamas O Daimhin

Parole che danzano... mentre la danza mi abita il corpo ed io "sono mossa" e mi sento autentica.

"Danzare vuol dire soprattutto
comunicare,
unirsi,
icontrarsi,
parlare con l'altro
dalla profondità del suo essere.
Danza è unione:
da persona a persona
da persona all'universo
da persona a Dio"

Maurice Bejart

"La danza pone delle domande
al mio corpo
ed il mio corpo
risponde"
Anastasia Geng

"...il posto dell danza è nelle case, per le strade, nella vita..."
Maurice Bejart

"Un corpo è un corpo tra altri corpi"
Marian Chace

"Provammo a danzare alla rovescia,
ci ritrovammo nel posto del probabile inizio..."
Itlodeo

"La vita
non è una questione di come sopravvivere alla tempesta

ma di come danzare nella pioggia."
Anonimo

"Nella Danza Sacra noi rispecchiamo l’ordine del cielo nel microcosmo, i movimenti rotanti rappresentano il turbinio vorticoso (giro) delle stelle fisse sopra la terra fissa.
Come fossimo vento, creiamo in noi un centro immobile
e comprendiamo il potere dell 'Universo nel suo essere/divenire.
Rilassati, rivolgiamo il nostro spirito alla sua sorgente divina ".

Courtney Davis in "The Celtic Source Book Arts"


Lodo la Danza


"Non mi importa come si muovono i miei ballerini, mi importa cosa la danza muove in loro": Pina Baush


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